I concetti vengono compromessi se usati indiscriminatamente dai politici, e quello di comunità è uno di questi. E' straordinaria la facilità in cui oggi qualcosa viene definito "comunità". Ecco per esempio alcune comunità citate di recente dai politici in articoli di giornale: le persone che vanno in bicicletta sono la "comunità ciclistica"; le spie e i loro capi "la comunità del servizio segreto"; le persone con la stessa origine etnica "la comunità nera". Nessuno nega che tutti questi gruppi di persone abbiamo qualcosa di distintivo in comune: biciclette, spionaggio, razza. Ma in che senso questi fattori comuni fanno di un gruppo una comunità? Ho percepito quanto questa nozione in continua espansione di comunità abbia toccato il livello minimo di senso quando un consulente informatico mi ha chiesto di come noi trattiamo la nostra "comunità di database". Quando gli ho chiesto che cosa fosse, mi ha risposto che erano tutte le persone di cui abbiamo i dati nel nostro database: sembra che la semplice presenza di nomi e di indirizzi sullo stesso dischetto del computer faccia delle persone una comunità. Così, ci si riferisce spesso ai vicini come alla "comunità locale", anche se questo spesso implica solo la condivisione di un codice postale e non della vita. Il problema è che il termine "comunità" ha perlomeno due diversi significati e alle persone piace sfruttare la sensazione positiva generata da un significato quando in effetti intendono però l'altro. Per esempio, quando qualcuno compra una bicicletta, entra in una comunità nel senso di un gruppo di persone con un fattore comune che le identifica. Ma quando qualcuno entra a far parte di un club di ciclismo, fa parte di una comunità in un altro senso: un gruppo di persone che hanno la specifica intenzione di unirsi ad altri che hanno lo stesso interesse. Spessissimo, le persone pretendono che la loro comunità sia di questo secondo tipo mentre appartiene al primo. Comprando una bicicletta posso pretendere di essere entrato a far parte di una comunità senza dover fare il lavoro ben più impegnativo di coinvolgermi personalmente con gli altri: letteralmente compro la comunità a bassissimo prezzo.
La ragione è che le persone tendono a vedersi prima di tutto e soprattutto come individui indipendenti che si relazionano agli altri solo in maniera limitata. Gli individui autonomi di oggi scelgono con cautela di entrare in poche organizzazioni con gli obiettivi limitati, come i club sportivi. Al di là di questo, molti prediligono solo una ristretta cerchia di famigliari, amici e colleghi con cui entrano veramente in relazione; sempre meno persone s'impegnano ad entrare in comunità più ampie. Il cameratismo del partito politico o del sindacato ha aperto la strada all'alleanza politica o sociale di reciproca convivenza. La fratellanza della Chiesa è stata superata dal desiderio individuale del conforto spirituale. Il puro e semplice amore per il prossimo è stato rimpiazzato dai servizi di conciliazione sociale per risolvere le dispute di vicinato. Mentre nuove comunità sono spuntate negli anni '60 e '70, molte comunità di mutuo sostegno sono venute meno. [...]
Nel 2005 MTV ha prodotto un servizio televisivo intitolato: "Questa è più che mai la generazione dell'"io"? Il resoconto ha dimostrato che la crescente sofisticazione dei congegni elettronici ha portato a una generazione in relazione con le macchine anziché con gli altri; il villaggio globale avvizzisce, visto che le persone hanno più possibilità di essere informate, ma non se ne curano affatto. L'iperconsumatore è giovane e sicuro di sé e acquisisce autostima con acquisti oculati, anziché il noioso processo dell'acquisizione della saggezza. Le persone sono sempre più connesse alla loro storia e sempre meno a quella degli altri. Anche se probabilmente esagerato, questo resoconto mi ha fatto capire che siamo a rischio di creare un mondo in cui "io sono il mio luogo sacro". [...]
tratto da: TROVARE RIFUGIO. Riscoprire dentro se stessi la pace del monastero. Christopher Jamison
